Burnout nello sport: una minaccia per i Pro'. Ma anche per gli amatori...

Daniele Concordia
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Burnout nello sport: una minaccia per i Pro'. Ma anche per gli amatori...

Daniele Concordia
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Burnout!
È una parola tanto di moda (e tanto temuta) che indica la sindrome da esaurimento professionale. Negli ultimi anni è diventata così frequente che l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) l’ha riconosciuta ufficialmente e l’ha inserita nel suo elenco di disturbi medici.

Il burnout interessa sempre più spesso anche gli atleti di alto livello, per i quali lo sport è un lavoro. Il ciclismo, in particolare, è diventato di anno in anno più stressante ed esigente dal punto di vista fisico e mentale. Le pressioni da sopportare sono altissime e non tutti riescono a sostenerle per periodi di tempo prolungati.

I ritiri improvvisi, o la scelta di prendersi dei periodi di pausa, a volte sono l’atto finale della sindrome da esaurimento nello sport. L’episodio più recente è quello di Simon Yates, che ha messo improvvisamente fine alla sua carriera pochi giorni fa.

Qualche settimana prima Samara Maxxwell, vincitrice della Coppa del Mondo XC tra le donne Elite nel 2025, a 24 anni aveva deciso di prendersi almeno un anno sabbatico.

Stessa scelta per Fem Van Empel, giovane fuoriclasse olandese (tre titoli iridati consecutivi nel ciclocross tra il 2023 e il 2025) che a dicembre 2025 ha messo in pausa la sua carriera: “Il mio corpo e la mia mente mi hanno dato segnali inequivocabili - ha dichiarato - prendermi una pausa è la scelta migliore. In questo momento mi mancano le motivazioni e il divertimento che il ciclismo mi ha garantito per tanti anni: mi sembra quindi il momento giusto per iniziare un nuovo capitolo”.

Tornando indietro nel tempo situazioni simili avevano interessato Caleb Ewan (vedi post in basso), Tom Dumoulin e Marcel Kittel, solo per citare i più famosi. E di recente anche Vingegaard e Pogačar hanno ammesso di aver attraversato momenti difficili.

Ma cos’è il bornout?
Perché è sempre più frequente?
E perché, senza le dovute attenzioni, potrebbe interessare anche chi lo sport non lo pratica per lavoro, ma ad un certo punto della propria vita inizia ad interpretarlo come tale?
Approfondiamo questi argomenti…

Cos'è il burnout dell'atleta?

Il burnout è una sindrome da esaurimento fisico, emotivo e mentale, causata da stress cronico e pressione eccessiva, che porta a perdita di motivazione, calo delle prestazioni e senso di inefficacia, non solo fisica ma anche psicologica.
I casi più gravi possono portare all’abbandono.  

Si può manifestare con fatica persistente, irritabilità, ansia, indifferenza verso lo sport e sentimenti di fallimento, distinguendosi dal semplice sovrallenamento fisico.
Le cause principali solitamente sono legate ad una pressione eccessiva, generata da figure esterne oppure da se stessi (perfezionismo, ansia, paura di fallire o di dover dimostrare qualcosa).

Altri fattori scatenanti possono essere la mancanza di un supporto esterno, l'errato bilanciamento tra sport e vita privata o dei carichi di lavoro (stress e recupero). Questi ultimi due punti sono da tenere a mente anche da parte degli amatori agonisti, che fanno sport con metodo, ma che per lavoro fanno altro.

La sindrome del burnout è pericolosa perché l'atleta agonista è molto suscettibile e perché per migliorare ad alti livelli è necessaria una certa dose di stress causato dall'allenamento.
A volte, però, il confine tra “stress necessario” e “stress eccessivo” si fa fin troppo sottile…

Burnout

Quando si perde, ma anche quando si vince

Il rischio di “bruciarsi” c'è quando non si ottengono i risultati sperati, ma anche quando le vittorie conquistate sono molto pesanti.
Quando l'impegno è tale da isolare l'atleta da tutto il resto, ma non viene ripagato dai risultati, è molto frequente che lo stesso cada in uno stato di depressione, negatività e, appunto, burnout psico-fisico. Per fare un esempio, pensiamo a quanti giorni trascorre in ritiro un ciclista professionista…

Allo stesso tempo, quando l'atleta vince tanto può imbattersi in una perdita di motivazione, dovuta al raggiungimento del più alto risultato possibile (vedi Olimpiadi, Mondiali, Coppa del Mondo).

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Simone Yates ha vinto il Giro 2025 e in questa stagione, senza preavviso, ha deciso di ritirarsi. Foto LaPresse

Ma può entrare in ballo anche una difficoltà a gestire l'impatto di media, tifosi e soprattutto social.
Inevitabilmente aumenta la pressione, sia quella che si crea l'atleta da solo (voglia di confermare il proprio valore), sia quella che proviene dall'esterno (team, tifosi, familiari ecc).
Se l'atleta non è mentalmente forte, capace di isolarsi e di resistere a tutte queste pressioni, è molto facile che molli, per un periodo più o meno lungo, se non per sempre.

Perché è sempre più frequente?

Nello sport agonistico tutto corre velocemente, a volte troppo velocemente.
Ai ragazzi e alle ragazze più giovani viene richiesto sin da subito il massimo impegno (nel ciclismo, così come in altri sport), perché solo così arriveranno i risultati e quindi i contratti con i Team più prestigiosi. Non tutti/e, però, riescono a sopportare sacrifici e pressione per un lungo periodo.
E anche quando questa pressione non proviene dall'esterno, sono gli atleti stessi ad imporsela, con la volontà di dare il massimo e non deludere chi li sta supportando, oppure se stessi.
E dare il massimo oggi giorno vuol dire spendere davvero tante energie, perché l'attenzione verso l'allenamento, l'alimentazione, il recupero e tutto il resto deve essere maniacale, talmente maniacale che anche i fuoriclasse potrebbero aver bisogno di uno stop, di una pausa.

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Oggi nel ciclismo di alto livello (e a volte anche in quello amatoriale) si monitora tutto in maniera super precisa, dall'allenamento all'alimentazione, passando per la temperatura corporea interna (foto qui sopra). Non farsi travolgere dal flusso di informazioni non è facile per nessuno...

Qualche anno fa, ad esempio, un manager navigato come Luca Guercilena ci diceva che una delle caratteristiche dei campioni moderni deve essere quella di saper selezionare e prestare attenzione solo alle informazioni necessarie, lasciando gestire tutto il resto al proprio staff di preparatori, performance manager, procuratori. In caso contrario, il rischio di farsi sopraffare è dietro l’angolo… Nell'intervista con Guercilena c'erano altri spunti interessanti, che trovate nell'articolo qui sotto:

Infine, al giorno d'oggi c'è tanta informazione, forse troppa: sui social siamo bombardati da nuovi metodi di allenamento e alimentazione, quindi è molto facile mettersi in discussione o mettere in dubbio le proprie abitudini.

"Quel campione si sta allenando in questo modo: devo farlo anch'io se voglio competere con lui".
"Il mio avversario ha fatto 20 ore questa settimana, io soltanto 10: ecco perché non vado come lui".


I social sono indispensabili per la comunicazione, necessari per farsi conoscere, per celebrare i successi o accontentare gli sponsor (nel caso degli atleti di alto livello), ma nei momenti difficili possono essere un’arma a doppio taglio e creare ancora più insicurezza.
Questo insieme di cose per un atleta particolarmente sensibile diventano una bomba ad orologeria pronta a esplodere da un momento all'altro.

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Foto credit racing.trekbikes.com - Luc Claessen/Getty Images

Non riguarda solo i Pro’...

Il burnout non riguarda solo i professionisti dello sport, ma è un fenomeno comune anche tra gli amatori e tra i giovani.
Anzi, in questo caso è ancor più facile incappare in questa sindrome, perché l’allenamento deve convivere con il lavoro (o lo studio) e con gli impegni familiari e sociali.
Quasi sempre ad esagerare sono i neofiti o i ragazzi, quelli che hanno iniziato a correre da poco e vorrebbero bruciare le tappe, ma non c'è cosa più sbagliata, come abbiamo spiegato in un articolo su MtbCult.it che trovate QUI.

È giusto allenarsi con metodo e con dedizione, ma senza farsi travolgere e senza dimenticare che per noi appassionati la bici deve essere prima di tutto un divertimento.

E qui entrano in ballo anche i preparatori atletici: molti di loro (non tutti, per fortuna) tendono a esagerare, con tabelle per i master o per i giovani che assomigliano a quelle dei professionisti: ore su ore, lavori specifici ogni giorno e poca flessibilità negli eventuali cambi di programma.

In mano ad un ciclista pignolo, e magari inesperto, queste tabelle possono diventare un'arma potente, che finirà per causare uno stress esagerato, sia durante gli allenamenti, sia negli altri momenti della giornata.
Alle prime avvisaglie di “stress da sport” il ciclista deve essere bravo a farsi un’analisi di coscienza e a capire se è in grado di seguire una tabella oppure no, mentre il coach deve saper stilare un piano di allenamento flessibile e adatto alle esigenze, al “motore” e al tempo a disposizione di ogni singolo atleta.

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Come evitare il burnout?

Per l'amatore il segreto è bilanciare meglio i propri impegni e capire come gestire l'aspetto agonistico in base alle altre fasi della vita quotidiana, evitando lo stress eccessivo: non esiste uno schema fisso, la situazione è molto personale, ma nella maggior parte dei casi risolvibile con un po' di buon senso.

Per il professionista o per il giovane in rampa di lancio il discorso si complica, perché c'è la necessità di spingere forte sull'acceleratore per emergere e non restare "al vento", ma allo stesso tempo bisogna mantenere quella serenità che è la chiave per migliorare e non bruciarsi troppo presto. Il ciclismo è uno sport duro, e nel momento in cui viene percepito “solo” come dovere, come lavoro, il rischio di mollare tutto diventa alto…

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Alejandro Valverde, oltre che un grande campione, è stato anche un maestro nel gestire le pressioni e non a caso ha corso fino a 40 anni. Uno dei suoi segreti? Continuare a divertirsi in bici. Foto A.S.O./Ballet

Chi ha un carattere forte e vive in un ambiente favorevole (famiglia, amici, team) potrà farcela da solo, mentre se non ci sono questi presupposti diventa necessario l’intervento di un professionista, come uno psicologo dello sport in grado di tirar fuori il proprio potenziale e capire come gestire la tensione nei momenti critici. 

Non è un caso che la figura del mental coach sia diventata ormai quasi indispensabile nello sport di alto livello e non solo...
Non bisogna vergognarsi delle proprie debolezze, è più che lecito chiedere aiuto a chi di dovere e lavorare per far sì che queste si trasformino in punti di forza in futuro.

Qui sotto, una lunga intervista a Julie Bresset (medaglia d'oro nell'XC a Londar 2012) sul burnout nello sport (è in francese, ma sono disponibili i sottotitoli):

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Sull'autore
Daniele Concordia

Ciao, sono Daniele Concordia, biker di nascita ma occasionalmente anche stradista. Corro in Mtb da molti anni, ma ho corso anche su strada da Juniores e U23. Scrivo prevalentemente su MtbCult.it, ma qui sotto troverete anche i miei articoli su BiciDaStrada.it. Qui tutti i miei articoli pubblicati su MtbCult: https://www.bicidastrada.it/chi-siamo/daniele-concordia/

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