Ve lo avevamo anticipato e lo abbiamo fatto. Siamo stati al Tuscany Trail in sella alla nostra Wilier Adlar e vi raccontiamo com’è andata. Con una piccola, doverosa, premessa.

Il Tuscany è un evento tanto particolare che ogni persona potrà farvene un racconto differente. Perché non c’è un solo modo di viverlo, e proprio qui, probabilmente, sta il segreto del suo successo.

Giorno 0: aspettativa

Insieme a mio marito, che mi accompagnerà in questa avventura, arriviamo a Donoratico nel primo pomeriggio del venerdì. Nel Parco delle Sughere, dove è stato allestito il villaggio del Tuscany Trail, molti sono già in fila davanti al banco dove verranno consegnati i “pacchi gara”.

Una bottiglia di vino, un cappellino, due barrette, la mappa cartacea del percorso e la targa da fissare alla bici che farà ufficialmente di noi dei partecipanti a questa avventura.

L’eccitazione nell’aria è palpabile, i parcheggi si riempiono in fretta e gli sguardi vagano tra le bici pronte per l’avventura che già riempiono il villaggio evento.

La varietà degli allestimenti rispecchia quella dei diversi modi di interpretare questa manifestazione che nasce all’insegna della libertà totale. Non ci sono tempi limite, né checkpoint, né obblighi di alcun tipo.

Inutile dunque confrontare i proprio equipaggiamento con quello di chiunque altro. Le considerazioni a questo punto sono puramente estetiche. Il colpo d’occhio è colorato e multidisciplinare, una vera gioia per gli occhi di chi ama la bici.

Gli iscritti a questo evento sono quasi 5.000. Un numero davvero eccezionale nel mondo del gravel e per un evento completamente “unsupported”. Per tutto il giorno successivo continuerà ad arrivare gente, anche in ragione del fatto che le partenze sono state scaglionate su due giorni.

Insieme a mio marito puntiamo ad impiegare cinque giorni per completare la traccia. Dopo cena rientriamo nell’agriturismo che abbiamo prenotato per questa notte e dove lasceremo l’auto per i prossimi giorni, ma dormiremo poco: ora che siamo abbiamo “l’adrenalina a mille” e non vediamo l’ora di metterci in strada e iniziare questo “viaggio”.

Giorno 1: il prezzo dell’entusiasmo

Il primo giorno è quello della scoperta e dell’entusiasmo.
Il percorso è bellissimo, come sarà per tutti i giorni a venire, e le forze sono fresche.
Ci accompagna per lunghi tratti il mare blu e, complice il dislivello, tutto sommato contenuto, arriviamo al km 150, dove l’organizzazione ha indicato il primo spazio disponibile per campeggiare, a Paganico.

Abbiamo bevuto troppo poco durante il giorno e lo scopriremo solo quando saremo assaliti dalla nausea a tavola e non riusciremo a mangiare abbastanza.
Lo stomaco sottosopra sarà solo uno dei problemi della notte che ci aspetta. Abbiamo scelto di partire provvisti solo di materassini e sacchi a pelo (senza tenda dunque). Scelta che non rifarei…

Se vi incuriosisce sapere perché ne parleremo in un prossimo articolo sulle scelte tecniche. La serata sembra molto umida e le temperature non sono esattamente estive.
Recuperiamo in ferramenta un telone con cui coprirci per la notte e speriamo che i tuoni che sentiamo in lontananza non portino rovesci.

Ovviamente scegliamo di stendere i nostri materassini a un metro di distanza dalla persona capace di russare più forte di tutto il campeggio.
Svegli per tutta la notte, siamo presi dal riso isterico di fronte  all’ennesima variazione di ritmo del nostro vicino di sacco a pelo, che se la dorme beatamente e senza interruzione.
Probabilmente serve allenamento anche per dormire in queste situazioni…

Mi fanno male il collo e le spalle e ho freddo, sempre di più, di mano in mano che la notte si fa più buia e poi lentamente più chiara.
Non riesco a chiudere occhio e mi chiedo come faremo a pedalare domani, e il giorno dopo e quello dopo ancora. Più di una volta mi maledico e mi dico che domani tornerò a casa.

Giorno 2: la fatica

All’alba tutto il campo si sveglia bagnato e infreddolito. La rugiada è penetrata sotto il telo e i nostri sacchi a pelo sono umidi. Ci laviamo denti e faccia con l’acqua delle borracce.
La fila per il bagno, come ieri sera, è chilometrica, e la voglia di sapere finita questa nottata ci spinge a chiudere le borse in fretta e a ripartire.

Il tepore del sole che inizia a scaldarci le schiene quasi ci commuove. Ben presto si chiarisce il tenore della giornata, che dovrebbe essere quella con più dislivello in programma.
Poco dopo esserci messi in sella inizia la lunga ascesa verso Montalcino, su terreni tecnici e con pendenze micidiali.

Una coppia spinge un tandem con un enorme carico di borse.
Si lanciano in discesa scusandosi e chiedendo strada e poi scendono in salita e camminano spingendo, pazienti, e chiacchierando.

La notte in bianco si fa sentire nelle gambe e quando arriviamo a Montalcino siamo talmente stanchi che decidiamo di scendere subito per cercare un posto poco affollato dove mangiare qualcosa.

Nel frattempo il meteo sta peggiorando e le previsioni sono tutte concordi sul fatto che nel pomeriggio pioverà. Urge trovare una soluzione, e mentre mangiamo un panino nel “bar più brutto della storia”, mi metto a cercare sul telefonino una camera per la notte.

Decidiamo per un breve taglio del percorso e quando le nuvole si fanno più fitte lasciamo la traccia per l’asfalto. Spingiamo più che possiamo sui pedali e raggiungiamo l’albergo dieci minuti prima che inizi a piovere.

Spendiamo duecento euro per una camera buona per un film dell’orrore, ma la doccia bollente e il materasso sono tutto quel che ci serve. Al giorno dopo, per ora, non siamo in grado di pensare.

Giorno 3: la luce in fondo al tunnel

La notte in albergo ha cambiato tutto e ci sentiamo di nuovo fiduciosi. Mentre carichiamo le borse nel garage dell’albergo e facciamo colazione in paese siamo sempre in compagnia.
Le presenze si sono fatte più sparute ma costanti e la riservatezza ha lasciato il posto alla voglia di scambiare due chiacchiere con chiunque stia condividendo lo stesso percorso.

Mi aspettavo che ad un certo punto saremmo rimasti soli sul percorso, ma l’alto numero di iscritti fa sì che ci ritroviamo sempre in compagnia. Una compagnia spesso discreta e silenziosa, ma che fa sempre la differenza.

Da dove venite?
Quando siete partiti?
Dove dormite stanotte?
Sono le domande ricorrenti. Di bici non si parla tanto, e nemmeno del percorso. Solo a volte qualcuno riconosce la “mia” Wilier Adlar dall’articolo in cui ho raccontato il mio equipaggiamento per il Tuscany e mi chiede come va o mi racconta le scelte che ha fatto per la sua.

La bici qui è un compagno di viaggio più che uno strumento. Ci vivi insieme, devi conoscerla bene e andarci d’accordo. Questa è la cosa più importante.

La performance è secondaria,  proprio come per le persone.
Qui non conta quanto vai forte ma quanto sei forte. Quanta voglia hai di restare in movimento anche se devi avanzare a zigzag su ogni salita, anche se ad ogni pedalata pensi che sarà l’ultima.

Mi preoccupavo del nostro allenamento insufficiente, ma guardandomi intorno mi rendo conto che più della metà delle persone che incontriamo è meno preparata di noi. Eppure sono qui, ad avanzare inesorabilmente, ciascuno al suo ritmo.

I panorami oggi sono splendidi, la pioggia non ci farà più visita e Volterra è tanto crudele da salire quanto splendida. Sappiamo che, se riusciremo ad arrivare a Lajatico questa sera, domani in un modo o nell’altro saremo in grado di completare il percorso.
In quattro giorni. Uno in meno del previsto.

Maciniamo salite e lunghissime discese dove recuperiamo dalla fatica e facciamo il pieno di divertimento. Le bici sobbalzano, strapazzate tanto quanto noi, e bisogna sempre fare attenzione alle buche profonde e insidiose che si vedono solo all’ultimo minuto.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da BiciDaStrada (@bicidastrada.it)

Se conosciamo già le località più celebri che abbiamo attraversato, Lajatico è una novità per noi. Il paese è piccolo, ma curato e ricco di arte e cultura. Come prima cosa decidiamo di mangiare, per anticipare chi ancora sta arrivando. Siamo già sopravvissuti ad una notte in bianco, dove dormiremo non ci importa più tanto…

In realtà la palestra comunale aperta per accoglierci, con tanto di docce calde e birrette fresche, ci sembra un albergo di lusso dopo l’esperienza della prima sera.
Lo spogliatoio puzzolente e lo stanzone spoglio dove tutti si aggirano in mutande come zombie oggi ci rallegra.

Riesco persino a lavarmi i capelli e dopo avere steso i materassini il più lontano possibile dal russatore seriale riuscirò a dormivegliare per tutta le notte.
Cosa chiedere di più?

Giorno 4: il miraggio

La colazione dal terzo giorno è raddoppiata e nel dubbio mangio sempre due paste.
Provo pena anche oggi per la barista di turno, sola e abbandonata a gestire un’orda di ciclisti puzzolenti e affamati.

C’è allegria fra i ciclisti. E una certa leggerezza. Si sussurra che oggi ci aspetta una sola salita, un’ultima salita e poi giù in picchiata verso il mare.

La colazione è presto digerita sull’ascesa verso Chianni, tecnica e dura, con un tratto di portage che suscita l’indignazione di qualcuno e l’esaltazione di altri, tipo noi, che nelle parti dove si deve fare equilibrismo riusciamo a dimenticare la fatica.

In paese si sono fermati praticamente tutti: ormai il ritegno di non fare tappa ad ogni bar è stato abbandonato. Le chiacchiere sono più distese, si sente aria di ultimo giorno di scuola.

La salita prosegue, la parte tecnica è finita, ora si tratta solo di tenere duro e quando si scollina inizia la lunga, goduriosa discesa verso il mare.
Un ultimo sforzo in salita e scolliniamo a Rosignano Marittimo, di nuovo davanti al mare blu che si stende in lontananza.

Sembra un attimo arrivarci e poi sarà tutta pianura.
Quel che non sappiamo è che faremo più fatica a percorrere quegli ultimi quaranta chilometri di pianura di tutto il resto del viaggio.

Ci sentiamo arrivati e la tensione cala e ci toglie energie. Noto che non siamo gli unici ad accusare i lunghi tratti dritti e monotoni sotto il sole che oggi picchia duro, e ogni zona d’ombra è occupata da una bici in sosta.

Io soffro soprattutto il caldo e, nonostante la pineta che ci accompagna per un lunghissimo tratto schermandoci un po’, iniziano a farmi male i piedi.

Con più soste di quel che vorremmo torniamo lentamente a Castagneto Carducci e al Parco delle Sughere.
Non saprei dire chi ha dormito in albergo e chi ha usato una bici elettrica, chi ci ha messo tre giorni e chi ha tagliato, a me sembra che siamo tutti ugualmente alla fine di qualcosa che ci ha chiesto tanto e ci ha restituito di più.

Una cosa divertente che non farò mai più?

I chioschi del bar e della cucina sono aperti per chi vuole comprare qualcosa da mangiare, ma non esiste un vero arrivo. Un grande QR code ci aspetta e si congratula con noi invitandoci a registrarci come finisher.

Davanti c’è una lunga fila di ciclisti sfiniti e affamati che cercano di recuperare la password per accedere al sito e compilano il lungo questionario indispensabile per concludere la registrazione.

Vista la presenza degli addetti alla ristorazione forse si sarebbe potuto avere una persona a registrare gli arrivi e magari, che so, a lasciare una medaglia di legno o una maglietta e un sorriso a chi ha appena concluso questa avventura.

Non sono una che tiene a queste cose, ma avrei preferito vedere accolti così i compagni di tante ore di pedalate passate a rincorrersi e riprendersi, salutandosi con un cenno o due parole di riconoscimento.
Sono loro che con la loro presenza costante ci hanno dato lo stimolo per arrivare fino a qui.

Compriamo una birra e un panino, ci sediamo prima di tornare a recuperare la macchina. Siamo sporchi come e più delle nostre bici e già un po’ malinconici.

Penso al racconto che ne scriverò, e che potrei chiamare come il famoso articolo di David Foster Wallace sulle crociere: “Una cosa divertente che non farò mai più”.
Anche se in tutta onestà, a bocce ferme e dopo aver smaltito la fatica, stiamo già pensando a come organizzarci per il prossimo anno… 😊

Un “segreto” alla luce del sole

Mi sono chiesta molte volte durante questo piccolo viaggio perché, come mi ha detto un ragazzo accompagnandomi verso una delle “docce” fredde nel parco dove abbiamo dormito la prima sera (un pallet di legno e una gomma dell’acqua all’aperto, in verità), “paghiamo per tutto questo”.
La risposta che mi dò è nella domanda stessa, è quel “tutto questo” che non è nulla, ma che può diventare tutto quello che vuoi.

Il Tuscany Trail è totalmente libero, è una traccia e una data di partenza, e sei tu a decidere il tuo grado di avventura e il tuo grado di disagio.
Sei tu a scegliere dove sta la tua zona di comfort e quanto vuoi allontanartene.

E qualunque scelta tu faccia la certezza che hai è che ci saranno altre persone a condividerla e che ci sarà la bellezza della Toscana, unica e sempre invariabilmente mozzafiato, ad accompagnarti in ogni istante.

Non ci sono segreti dietro il successo del Tuscany Trail, oggi il più partecipato evento di gravel al mondo, se non questo.
E finché non ci avrai provato ti resterà sempre quel prurito di partire, anche tu, e di dire un giorno: io l’ho fatto.

Per chi vuole maggiori informazioni sul Tuscany Trail: tuscanytrail.it

Qui sotto invece bici ed equipaggiamento che ho usato per questa indimenticabile esperienza. Rimanete sintonizzati, perché a breve pubblicheremo anche un contenuto su quali scelte rifaremmo oppure cambieremmo in vista di un Trail:

Viaggiare in bikepacking: ecco le nostre scelte per il Tuscany Trail