Esco in bici, oggi, ho in mente un bel giro.
Tre ore, forse tre ore e mezza.
Un piccolo lusso per essere un giovedì.
Sono in strada, le gambe girano bene e mi dico che oggi deve essere un’uscita senza impegni, senza picchi di fatica.
Qualche giorno prima, con Mirko (foto in basso), ci siamo tirati il collo per bene e oggi sarà bello rifiatare, pur con un’uscita un po’ più lunga.




Ho la sensazione, ma forse è solo una sensazione, che le auto che mi passano mi concedano più spazio.
Possibile che la legge del metro e mezzo sia già stata recepita?
Non indago sulla risposta, temendo di conoscerla, e vado avanti.
Poco più avanti un’auto sta per immettersi in strada.
C’è una signora al volante.
Mi vede o almeno credo, poiché guarda verso di me.
Esita un attimo.
Poi all’improvviso parte.
A quel punto urlo per segnalarle la mia presenza, sperando che si fermi.
E all’ultimo si ferma, quando io però avevo già allargato vistosamente la traiettoria.
Passo e procedo, senza inveire troppo, perché oggi è una di quelle giornate in cui tutto fila liscio.
E tutto deve continuare a filare liscio.
Se mi metto a discutere con quella signora al massimo ottengo le sue scuse, ma non mi va.
Oggi non mi va.
Penso a proseguire per la mia strada.
L’occhio è sempre guardingo.
Come dev’esserlo quello di chi va in bici.

Le mie gambe girano bene, il cuore rimane basso e la velocità di crociera è ben sopra i 30 all’ora.
Oggi sto bene e me la godo.
Incontro un ciclista davanti a me.
Pedala e sta parlando al telefono.
Non ha il casco, sì, non ha il casco, e pedala piuttosto al centro della strada.
Parla animatamente al telefono.
Si sbraccia e gesticola.
E mentre mi avvicino a lui per passarlo mi chiedo: ma se devi discutere di qualcosa di così importante, perché non ti fermi?
Mi fa rabbia, lo confesso, ma mi sento inerme.
Immagino già la sua reazione se gli suggerissi di accantonarsi per parlare e magari di fermarsi proprio.
Senza parlare, poi, del fatto che non indossa il casco.
Lo passo e vado avanti.
Ma con un po’ di amarezza: anche lui è un ciclista come me, solo che sembra scordarsi quel fatto cruciale.
Che su strada, lui come me, è l’elemento più fragile.
Ci penso spesso, di continuo.
E di continuo ne parlo con Nicola, Daniele, Mirko, Omar e con tutte le persone con le quali mi capita di pedalare.
E continuo a stupirmi di come, nonostante tutto, ci siano ciclisti che riescono a stare in strada senza pensare che sono l’elemento più fragile.

Questi pensieri durano poche pedalate.
Sono pensieri veloci che si susseguono come un fiume.
Continuo a pedalare.
Abbasso lo sguardo e controllo che il led-radar sul tubo piantone sia piazzato in modo corretto.
Ci tengo a farmi vedere e a “vedere” chi mi sta dietro.
Quell’amarezza sparisce presto, perché oggi è una giornata perfetta per stare in bici.
Hai presente quando sei in sella e sai di essertelo meritato?
Senza “rubare” tempo e attenzioni ad altre cose?
Ecco, io me le vado proprio a cercare queste uscite, perché so che poi torno a casa rinato.
Rigenerato, sebbene stanco.
Però oggi non voglio esagerare.
Ritmo, sì, ma senza picchi di sforzo.
Ho in mente un giro che mi porterà a Vicovaro, Pisoniano, San Vito, Genazzano, Serrone, Acuto, Fiuggi e poi Subiaco.
Qualcosa oltre i 100 km e un bel dislivello.
Mi sento bene e in un attimo mi ritrovo a San Vito.
Da lì fino a Genazzano è discesa.
Larga, veloce e facile.
Cerco le traiettorie migliori, evitando l’asfalto rovinato e restando sulla mia porzione di strada.
Scendo fra i 45 e i 50 all’ora.
Curve ampie, poco traffico, ma sempre attento alla strada.

E dietro una curva, di ampio raggio ma coperta, succede quello che ogni ciclista teme.
Un auto, uscita da una strada secondaria sulla destra, è in mezzo alla strada.
La vedo all’improvviso.
Urlo.
Mi aggrappo ai freni.
La ruota posteriore si blocca.
La velocità diminuisce, ma non abbastanza.
E, peggio ancora, la macchina si muove e va nell’altra corsia, impedendomi di allargare per cercare di schivarla.
Continuo a frenare e realizzo che, ormai, l’impatto è inevitabile.
Forse mollo i freni, ma di sicuro cerco di puntare sul cofano.
D’istinto cerco il male minore.
Mollo la presa del manubrio, allungo le braccia, il botto, lo spavento, il volo sopra il cofano, l’atterraggio sull’asfalto.
Rotolo, non so quante volte.
Mi fermo.
Mi accorgo di non essere troppo lontano dalla macchina.
Mi immagino la bici in mille pezzi.
Non ho perso i sensi e la cosa mi rincuora.
Mi guardo le gambe.
Mi aspetto la fitta di dolore delle ossa rotte.
Sono certo che stavolta non me la sono scampata.
Inizio a muovere braccia e gambe lentamente.
La gamba destra è in una posizione non naturale.
E’ contratta e ritorta verso l’interno.
La muovo, riesco a muoverla, riesco a muoverla!
Muovo anche l’altra gamba.
Anche le braccia sono ok.
Mi guardo intorno per capire se sono in mezzo alla strada.
Sono ancora vivo e intero.
Sento persone accorrere.
Mi alzo, forse, non ricordo, mi risiedo.
Mi dicono di sedermi, mi sdraio.
“Sono un dottore, stai giù”.
Come quella volta in Canada, anche oggi c’è un medico.
Mi tiene il polso, mi controlla, gli dico che sto bene e che non ho nulla di rotto.
Chiedo di togliere la bici dalla strada.
Non la vedo.
Sto sudando.
Ho il sole che mi inonda di calore.
Ma allora maggio c’è, da qualche parte.
Qualcuno mi carezza la fronte per togliermi il sudore.
Mi sento amato.
Mi dico che poteva andare peggio.
Mi viene da piangere.
Penso a casa.
Ai miei colleghi-amici.
Vorrei chiamare tutti.
Ho temuto di aver compromesso tutto.
Voglio tornare a casa quanto prima.
L’automobilista è più spaventato di me.
Gli dico che sto bene.
“State tranquilli, sto bene”.
Ho cercato di colpire la parte anteriore della macchina per non sfondarmi la testa contro il finestrino o, peggio ancora, il montante della portiera.
Vi giuro che in una frazione infinitesima di secondo l’ho pensato e sono riuscito a farlo.
La gamba destra fa un male cane.
Si sta gonfiando, ha preso una botta enorme.
Anche l’anca destra fa male.
Ma sono vivo.
E intero.
Le mani sono solo sporche, ma com’è possibile?
Cerco di alzarmi.
Devo alzarmi, mi aiutano e se non fosse per le loro braccia non ce l’avrei fatta.
Sto messo male.
Cerco la bici.
Ma dov’è?
Sembra ancora intera.
La leva del freno è rotta.
Non riesco a capire altro.
Mi assicuro che non la lascino lì.
L’automobilista, Giampiero, è spaventato, la prende e la carica nella sua auto.
Gli chiedo di portarmi al Pronto Soccorso di Subiaco e in un attimo siamo in marcia.
Sono ancora intero, respiro profondamente per spazzare via l’adrenalina e calmarmi.
Sono ancora intero.
Non ricordo esattamente cosa ho pensato poi.
Ho il casco in mano.
Lo guardo e noto che si è criccato da una parte.
Mi tocco il viso e non sento dolore.
Cerco lo specchio di cortesia per guardarmi in faccia.
Tutto bene.

Sicurezza in strada

Sicurezza in strada
La Giant Propel SL Advanced 0 Disc (qui il test) ha avuto la peggio, ma ha mostrato una solidità molto maggiore di quanto pensassi. Il telaio si è spezzato, ma mi aspettavo di vedere forcella, ruota anteriore, manubrio e componenti vari in mille pezzi. E invece molti di questi sembrano essere ancora intatti. Seguirà un’attenta ispezione, comunque.

Sicurezza in strada

Sicurezza in strada

Sicurezza in strada
La cosa più importante è che al Pronto Soccorso sono riuscito ad arrivare camminando. Zoppicando, ma senza nulla di rotto. La coscia destra ha iniziato a gonfiarsi da subito, ma l’ematoma (ancora poco evidente nella foto) è tutto ciò che riporto da questo incidente.

Il casco deve avere impattato in modo leggero da qualche parte.
E ripenso a quel ciclista di qualche ora fa che pedalava in mezzo alla strada senza il casco.
Al Pronto Soccorso hanno confermato solo l’ematoma sulla gamba destra.
Sono stato fortunato.

Le conclusioni a mente più fredda sono quelle che vi ho esposto nel video e che vi riassumo di seguito:

1 – Essere più visibili può aiutare: forse mi sarei salvato?
2 – Le curve nascoste richiedono maggiore consapevolezza
3 – Le frenate di emergenza mettono in evidenza i limiti tecnici di una bici. Ed eventuali lacune nella guida
4 – Per imparare a guidare meglio e con più sicurezza su strada la mountain bike e la bmx sono due maestre grandiose
5 – In bici siamo sempre e comunque l’elemento più fragile: la legge del metro e mezzo è solo un primo piccolo passo
6 – Dubitate dello stato di attenzione degli altri: ci sono troppe distrazioni al volante
7 – Il casco è obbligatorio se tieni alla tua vita, a prescindere da regole e leggi
8 – La sensazione di libertà in bici (su strada) è comunque condizionata dagli altri

Questa particolare vicenda mi ha fatto riflettere sul fatto che in discesa, in curva, abbiamo a che fare con un mezzo che ha dei limiti tecnici e meccanici.
Davvero strana la vita: quando ero motociclista mi ripetevo di fare attenzione in curva e di essere sempre pronto a un possibile ostacolo improvviso.
Era un’impostazione mentale.
In bici, invece, non ho mai prestato troppa attenzione a questo fatto, sbagliando.
La colpa di questo incidente non è la mia, ma è ben poco come consolazione, perché io ho avuto la peggio.
Sono stato fortunato e ho deciso di raccontarvi tutto perché possiate farla diventare un’esperienza di cui fare tesoro.

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