Cosa può andare storto in un’uscita gravel? Tante cose, ma ne bastano anche poche per trasformare quella che dovrebbe essere un’uscita tutto sommato semplice in un’odissea. Ecco cosa mi è successo e perché più di una volta ho pensato: ridatemi la bici da strada.

Dopo due giorni di pioggerella leggera e intermittente decido che ne ho abbastanza della ginnastica. Oggi esco in bici. Le strade sono asciutte ma la mia bici da corsa è k.o per un piccolo guasto meccanico e devo quindi optare per la gravel. Di preferenza la uso per il cicloturismo, che sia l’escursione del week end o le vacanze estive, ma oggi sarà una buona scusa per cercare qualche itinerario alternativo dalle mie parti.

uscita gravel
Non è stato facile guadagnarsi questo panorama. Continuate a leggere per scoprire perché…

Scarico una traccia dal web di cui riconosco un paio di sterrati. Strade bianche perlopiù, e chissà perché parto da casa con l’idea che il fondo che troverò sarà prevalentemente di questo tipo.

Sbagliato. Perché dopo un breve tratto di asfalto e una bella strada bianca scavata dalla pioggia, ad una svolta secca mi ritrovo impantanata nel fango.

Non ho avuto nemmeno il tempo di rendermene conto, il terreno non sembra neanche bagnato. La terra sopra è liscia e compatta e di colore chiaro, ma appena le ruote la raggiungono affondano completamente. Metto piede a terra e mi ritrovo con il fango a metà scarpa. Il tratto è breve, in pratica un attraversamento per tornare su strada bianca.

uscita gravel
Bene, ma non benissimo

Vorrei prendere la bici in spalla ma fatico a stare in piedi. Sono costretta ad usarla per appoggiarmi e attraversare.
Le ruote non girano più, hanno raccolto malloppi di terra grassa e pesante che rivestono il deragliatore e i copertoni. Anche i miei piedi pesano già come ferri da stiro. Tiro dritto, più veloce che posso. Finalmente la ghiaia.

“L’effetto cotoletta” è immediato. Sento i sassi sbattere contro il carbonio del telaio, qualcosa che nessun ciclista vorrebbe mai sentire. Le ruote girano a fatica, ma fermarsi qui non è consigliato, il fondo è scivoloso e io fatico a restare in equilibrio con i piedi sganciati per il fango che riempie gli attacchi SPD.

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Dopo il fango e la ghiaia mancavano solo le ghiande per completare l’effetto “cotoletta”

Quando la strada inizia a risalire mi fermo, pulisco un po’ di terra e riparto. Sono tutta sporca, per non parlare della bici, ma pazienza, per ora ne sono uscita.

La salita si fa impegnativa e piano piano il fondo diventa sempre più terroso. Ben presto sono nuovamente nel fango. Meno pesante, qui, ma in salita non riesco ad avanzare. Il copertone dietro, un Vittoria Terreno Dry che ho montato per le vacanze estive sicuramente poco adatto alla giornata, manca completamente di grip. Non gliene faccio certo una colpa.

Mi faccio tutta la salita a piedi con la bici a spinta, le gambe sono già pesantissime e il primo freddo di fine novembre non aiuta.  Sbuco sulla strada asfaltata per pochi metri, il Garmin mi indica un sentiero da prendere sull’altro lato della carreggiata.

uscita gravel
Non sempre seguire le tracce scaricate dalla rete ci garantisce dagli imprevisti, anzi…

All’imbocco c’è una catena e alle mie spalle un cartello di proprietà privata minaccia denunce. Non so se faccia riferimento anche al tratto di fronte a me, ma non mi piace mai attraversare catene e sbarre. Del resto a chi sta verificare la percorribilità dei sentieri? Assicurarsi che siano aperti e praticabili? La questione è complessa, ne ho parlato anche in questo articolo in occasione di un’avventura simile, in Mtb questa volta.

Rinuncio e decido di restare sull’asfalto, dove la bici inizia a schizzare zolle di terra un po’ ovunque, ma in particolare in faccia a me. Dopo un paio di chilometri imbocco una sterrata in forte discesa a sinistra, questa volta aperta e senza impedimenti. La pendenza è importante e a tratti metto giù un piede perché nelle contropendenze è difficile restare in equilibrio sul bagnato.

Impossibile pedalare in salita con questa terra…

Inizio a vedere impronte. Tante. Sembrano cani. E se fossero lupi? La strada scende sempre più in picchiata verso un fondovalle isolato, allontanandosi dai campi coltivati e dalla strada.
Ormai siamo un buon chilometro sotto, tornare su non sarà facile. Ovviamente il telefono non prenderà qui. Non che mi sarebbe di grande aiuto se venissi aggredita dai lupi. Ma andiamo, so benissimo che i lupi non aggrediscono le persone, che sciocchezze sto pensando?

Dato che nessuno mi può giudicare in questa landa desolata mi metto comunque a fischiettare e parlottare per segnalare la mia presenza ad animali di qualunque genere, mentre continui fruscii nel fogliame mi fanno trasalire.

Ancora fango... Ma non finisce più?

La discesa è davvero ripida, se dovessi cappottare e farmi male ci metteranno un po’ a venirmi a recuperare. Ormai sto sfoderando tutto il mio repertorio mentale di tragedie a quanto pare. Finalmente la strada spiana, e dopo avere attraversato un torrentello di acqua e fango inizio a risalire.

È a questo punto che sento sparare a distanza ravvicinata. Ecco spiegate le tracce dei cani. Non che io preferisca essere impallinata. Sto risalendo a piedi, il terreno è troppo bagnato e scivoloso per pedalare. Incontro tre cacciatori con i loro cani che scorrazzano in giro come impazziti.

“Buongiorno”
“Buongiorno. Scusate, sono un’intrusa”
“Ma si figuri, qui siamo tutti intrusi. Ma non faceva prima dall’asfalto?”
“Eh, me lo sto chiedendo anch’io”

Me lo sto chiedendo davvero. Ormai sto camminando più di quanto non riesca a pedalare. Che senso ha? Sono davvero stanca e in più inizia a fare un gran freddo in questo canalone all’ombra. Comunque sto risalendo, mancherà poco alla strada. Eccola. Mi sembra un miraggio. Inizio a pensare: ridatemi la bici da strada… Quando sarebbe stato più semplice oggi uscire con lei.

La tentazione è forte: ridatemi la bici da strada!

Pochi metri di asfalto per attraversare e riprendo lo sterrato. Il sentiero resta in quota e non ha grandi pendenze. Qui almeno si riesce a pedalare un po’, ma devo fermarmi in continuazione a togliere il fango o prendere la bici in spalla per attraversare punti particolarmente inzuppati d’acqua. In quei tratti per non affondare mi metto a correre e realizzo che ormai la mia è una vera e propria prova di ciclocross.

Il sentiero impenna un po’. Cerco di restare in sella, la bici scoda a più non posso e per un attimo mi sento Van Der Poel che si allena nella sabbia olandese. È anche divertente ma sono sfinita, e la traccia sembra non finire più. Guardo il Garmin: ho fatto solo 23 chilometri!

Praticamente avanzo come il buon Omar Di Felice in Antartide (forza Omar) tra fango e soste varie. Continuo a fermarmi però anche per fare foto. La luce a quest’ora è bellissima, e la vigna sotto di me è un tripudio di colori autunnali. Sono passata tante volte sulla strada sopra di me, ma lì la boscaglia sul ciglio impedisce la vista, che qui è magnifica.

Stavolta passo.

Ormai rido, sbuffo, parlo da sola. La strada è a pochi metri da me. Perché non vado a prenderla? I ciclisti sono masochisti, si sa, amano fare fatica, ma questa poi, che senso ha? Quasi non sto pedalando. Penso a un mio collega che dice che doversi mettere la bici in spalla non può essere ciclismo.

Ha ragione, penso, voglio la mia bici da corsa. Voglio stare in strada, con gli automobilisti che mi sfiorano e se la prendono con me, ma con lo stesso diritto di starci che hanno loro. Nessun cartello ad impedirmi il passaggio, nessuna sbarra o catena a chiudermi fuori.

Nessuna strada su cui non riesca a stare in equilibrio o dove rischi l’osso del collo solo per avanzare. Niente fango in bocca né ghiaia a rovinare la bici, né ore da perdere a lavare tutto per due ore di uscita. Ridatemi la bici da strada!

La vigna sotto di me è u tripudio di colore. Che ne sia valsa la pena?

Eppure continuo ad avanzare, anche se l’asfalto è lì, sempre lì, e so benissimo come tornare passando dalla strada. Ma per qualche motivo non mollo: la bici ormai è sporca, io anche, e in fondo poi ci passo, alla fine riesco a passarci.

L’ultimo tratto è decisamente da Mtb, lo sarebbe anche da asciutto, un canale pietroso che però conosco per averlo fatto a piedi. Ormai è andata, so che sono vicina alla fine, e poi basta, poi sarò sulla strada. La vedo, laggiù, finalmente. La mia bici sarà a posto fra pochi giorni e tornerò sull’asfalto, perchè così no, che senso ha?

Arrivo a casa con un aspetto pietoso. Mi penzolano fili d’erba dai piedi, i copriscarpa aperti in due mi fanno somigliare a Charlot, ho terra ovunque, sui vestiti e sulla bici. Sulla porta di casa mio marito, biker e amante del fango, mi chiede imperturbabile: “Com’era il giro?”.

ridatemi la bici da strada

E come nulla fosse mi sento di rispondere: “Bellissimo! Ma lo sai che c’erano anche i lupi, e mi hanno praticamente sparato addosso? Beh non proprio, ma insomma ti devo raccontare. E poi il posto era incredibile, ho fatto delle foto stupende. Ma tu lo sapevi che qui vicino c’è un rifugio della prima guerra mondiale?”

Quando mai torniamo a casa con tutte queste novità da raccontare? E quando nella nostra vita adulta ci troviamo in un giorno della settimana qualunque ad avere paura dei lupi, a pensare a tratti di non riuscire a tornare a casa? A vivere una vera avventura a pochi chilometri dal nostro divano davanti alla TV? Sì, ridatemi la bici da strada, ma non toglietemi la mia uscita gravel, per carità.

Divertirsi con la bici gravel? Due upgrade che fanno la differenza…