
Il piano Ecuador di Narváez: tre mesi sulle Ande a quote impossibili per dominare al Giro
Giovanni Bettini

Il piano Ecuador di Narváez: tre mesi sulle Ande a quote impossibili per dominare al Giro
Giovanni Bettini
Nel ciclismo dei dettagli millimetrici e dei ritiri sul Teide, il piano Ecuador di Narváez rappresenta un capolavoro assoluto di gestione atletica e resilienza. Le tre vittorie di tappa al Giro (Cosenza, Fermo e Chiavari) sono il risultato di un esilio scientificamente programmato.

Il piano Ecuador di Narváez: la caduta e la risalita
Vittima di una brutta frattura da compressione alle vertebre toraciche il 24 gennaio scorso durante la 4° tappa del Tour Down Under, il corridore dell'UAE Team Emiratesm XRG è letteralmente sparito dai radar per quasi tre mesi.

Nessuna corsa di avvicinamento, nessun test in gara prima della partenza della Corsa Rosa: solo un isolamento totale e strategico tra le montagne di casa a quote impossibili per i corridori europei.
Un "piano Ande" che ha permesso ai preparatori del team emiratino di ricostruire il motore dell'atleta in una dimensione umana caratterizzata dalla famiglia e dai luoghi di sempre.

Il fortino a 3.000 metri di quota
Il cronometro del piano Ecuador di Narváez è partito ufficialmente il 7 marzo, quando il dottor Adriano Rotunno, responsabile sanitario dell'UAE Team Emirates XRG, ha dato il definitivo via libera per il ritorno agli allenamenti su strada, accertata la perfetta calcificazione delle vertebre.
Con appena due mesi a disposizione per presentarsi al via del Giro in condizione, il team UAE ha sfruttato la variabile altura a proprio favore.
Narváez è nato e cresciuto a El Playón de San Francisco (foto sotto), un villaggio situato a 2.990 metri di altitudine. Vive con la moglie Génesis e il figlio Lucas a Ibarra (quota 2.200 metri).

E il punto è proprio questo: mentre gli atleti europei faticano ad assimilare i carichi di lavoro sopra i 2.200 metri, per El Lagarto (la lucertola) pedalare stabilmente a quote estreme è naturale. L'adattamento genetico ed ematologico è innato.
Sfruttando i falsipiani della Panamericana Norte e le strade della provincia del Carchi che vanno oltre i 3.200 metri, l'ecuadoriano ha così potuto stimolare la secrezione naturale di eritropoietina, innalzando i livelli di ematocrito e globuli rossi portando l'ossigenazione muscolare a livelli, come abbiamo visto, straordinari.

Volume, forza ed esplosività
Non ci sono dettagli ufficiali attorno gli allenamenti del piano Ecuador di Narváez. Possiamo però ipotizzare due fasi sulla base del tempo disponibile per il recupero.
Marzo (adattamento)
Prime tre settimane dedicate a ritrovare il feeling con la bici ed eliminare la rigidità alla schiena causata dal busto/riposo. Grandi volumi di chilometri ma senza picchi di watt con esercizi di attivazione a corpo libero a rivestire un ruolo chiave.

Aprile (trasformazione)
Il mese chiave. Facile ipotizzare blocchi ricchi di diversi lavori specifici.
- - Forza dinamica: ripetute in salita a basse pedalate, 40-50 rpm, per ridare tono ai muscoli delle gambe alternati a scatti esplosivi in debito d'ossigeno per riattivare le fibre veloci e abituare il cuore a gestire picchi fuori soglia in debito d'ossigeno.
- - Dietro motore. Narváez così come Carapaz non è nuovo a questo tipo di lavori che di solito svolge sulla Panamericana. La possibilità di spingere rapporti "da gara" in quota per lunghi periodi di tempi a velocità superiori ai 50 km/h in altura può aver contribuito a colmare il deficit di ritmo-gara dovuto ai mesi di assenza.

I frutti al livello del mare
I risultati di questo esilio programmato sono sotto gli occhi di tutti. Al livello del mare, il motore messo a punto a quote impossibili sta facendo scintille.

Nelle volate ristrette come a Cosenza, nelle rasoiate sui muri marchigiani a Fermo e nell'azione decisiva a Chiavari contro Enric Mas, Narváez ha dimostrato di avere una resistenza aerobica e una freschezza muscolare fuori dal comune.

Un successo totale del "piano Ecuador", che dimostra come la personalizzazione geografica e scientifica degli allenamenti possa trasformare un grave infortunio in una possibile rampa di lancio.

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Foto in apertura: Gian Mattia D'Alberto / LaPresse
Qui sotto tutti i dettagli della bici di Jonas Vingegaard.
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Sull'autore
Giovanni Bettini
"I poveri sono matti" diceva Zavattini. Anche i ciclisti oserei dire. Sono diventato "pazzo" guardando Marco Pantani al Tour de France 1997 anche se a dire il vero qualcosa dentro si era già mosso con la mitica tappa di Chiappucci al Sestriere. Prima le gare poi le esperienze in alcune aziende del settore e le collaborazioni con le testate specializzate. La bici da strada è passione. E attenzione: passione deriva dal greco pathos, sofferenza e grande emozione.





