La posizione dei professionisti sulle bici da cronometro è sicura?
Il caso Bernal, le dichiarazioni di Tom Pidcock – incappato in un indicente analogo (foto sotto) – l’incidente di Froome e la costante ricerca scientifica sulla riduzione della resistenza aerodinamica da parte delle squadre ha riacceso il dibattito attorno ad un tema delicato.

Massima prestazione ed evoluzione scientifica: nel mezzo c’è la sicurezza degli atleti, uomini e donne che sulla strada diventano i primi attori di questo sport.
Il caso Bernal e il video dell’incidente fanno riemergere alcune domande al di là dei “se” e dei “ma” legati a questo spiacevole episodio (Egan vogliamo rivederti presto in gara!).

– Troppa attenzione ai watt e ai dati del ciclocomputer?
– Come viene individuata la posizione sulla bici da cronometro dei campioni?
– Quali sono le tappe di questa evoluzione che portato i corridori in galleria del vento e i grandi marchi a dotarsi addirittura di un impianto proprietario?
QUI il video della nostra visita alla galleria del vento di Specialized.

Per individuare delle risposte abbiamo chiamato in causa due profili con competenze e ruoli diversi che ricoprono però incarichi cruciali quando si tratta di individuare la posizione sulla bici da cronometro.
Marco Pinotti, performance director del Team BikeExchange-Jayco (foto sotto), ed il professor Marco Belloli, direttore scientifico della Galleria del Vento del Politecnico di Milano che ha analizzato l’efficienza aerodinamica di Bernal e di molti altri atleti.

Marco Pinotti
Il prof. Marco Belloli

Collinelli, Armstrong, Cancellara, Ganna

Al prof. Belloli abbiamo fatto vedere una foto di Lance Armstrong impegnato in una cronometro al Tour de France. La posizione è molto diversa rispetto agli standard adottati oggi anche alla luce dei nuovi regolamenti UCI.

Foto: sport.sky.it

«La posizione di Lance è tutto fuorché aerodinamica – precisa Belloli -. Gomiti bassi, braccia troppo aperte, il corpo spostato all’indietro e un casco che… fa ridere. Sono tutti elementi che sono quasi un invito a “prendere aria”.
Parliamo comunque di un atleta d’alto livello che all’epoca poteva contare sul meglio dell’industria del ciclismo. A monte però c’è una considerazione scientifica da fare: lo staff di Armstrong non era incompetente. Di sicuro i costi per una analisi in galleria del vento e per i calcoli di fluidodinamica computazionale (CFD, Computational Fluid Dynamics n.d.r.) vent’anni fa erano quasi proibitivi».

Caso Bernal
Foto: @gvpmpolimi

«Quest’ultima operazione oltre al costo non garantiva l’elaborazione di dati precisi. La scienza però fa i suoi passi in avanti: l’aumento dell’affidabilità del dato e la riduzione dell’impegno economico ha portato il ciclismo ad un altro livello anche se c’è uno “scoglio”: i regolamenti. Volete sapere qual è la miglior posizione a livello aerodinamico? Quella adottata da Andrea Collinelli (foto sotto)».

Foto: ultimouomo.com

«Molti la chiamano “posizione Boardman”, ma il primo a sdoganare questa messa in sella è stato il nostro Andrea.
Tra l’epoca Collinelli-Armstrong e Filippo Ganna c’è Cancellara. Fabian è stato uno dei primi ciclisti ad approcciare seriamente la galleria del vento.
La sua posizione (foto sotto) presenta ancora dei limiti, ma si capisce che è molto più “corto” in sella, i gomiti iniziano a stringersi anche se sono ancora bassi».

Caso Bernal
Foto: rsi.ch – Keystone

«Poi c’è Ganna. La parte frontale composta da casco, spalle, braccia e mani che è la sezione che comporta la maggior resistenza all’aria sembra quasi essere un tutt’uno».

Una versione, ridimensionata dal regolamento UCI, di quello che ci avevano fatto vedere Floyd Landis e Levi Leipheimer (foto sotto) a metà degli anni 2000.

Foto: flickr -@whileseated

Caso Bernal

Foto: @INEOSGrenadiers

Ok, ma i gomiti alti e le mani sulle appendici quasi di fronte alla linea degli occhi non diventano un ostacolo per il ciclista impegnato in uno sforzo ad alta intensità?

Caso Bernal

«Sono uno scienziato – ribatte Belloli – e di conseguenza guardo i numeri. La posizione di Ganna è la migliore nel rispetto dei regolamenti. Filippo è un fenomeno perché potresti mettergli un bicchiere pieno d’acqua sulla schiena e non cadrebbe nemmeno una goccia. Ho lavorato sul manichino 3D di Bernal: la sua posizione al Giro e alla Vuelta passa anche per il Politecnico di Milano. Quando si entra in galleria del vento la sicurezza non è certo la priorità: cerchi la prestazione. È come guidare una Formula 1 a 180 km/h perché sai che a 330 km/h c’è il rischio di farsi male. Nessuno lo fa».

Foto: @gvpmpolimi

Caso Bernal: l’approccio di un team World Tour

Marco Pinotti da quest’anno è performance director del team BikeExchange-Jayco.
Lo scorso anno la squadra australiana portava i suoi atleti di punta in pista per individuare la giusta messa in sella e di conseguenza si entrava in galleria del vento dopo qualche prova su strada per ottimizzare l’attrezzatura (casco, body, occhiali, copriscarpe, etc.) ed operare qualche lieve modifica all’assetto.
Per il 2022 l’approccio è cambiato grazie alla collaborazione con Vorteq.

Caso Bernal
Foto: @greenedgecycling

«Operiamo un bike fitting subito prima di entrare in galleria del vento – precisa Pinotti -. L’atleta pedala a seguire ad intensità diverse e davanti a sé ha un monitor posto ad una distanza di 10-12 metri dove viene riprodotta la strada e dove visualizza allo stesso tempo alcune frasi con le istruzioni dei tecnici. Chiaro, quindi, che se riesce a leggere la messa in sella inizia ad essere “sicura”. Una volta a casa è il ciclista che ci riferisce le sue sensazioni, inclusa la possibilità di vedere o meno la strada e avere pieno controllo del mezzo».

Foto: @gvpmpolimi

Ma andiamo più a fondo…

«Non demonizzerei le bici da cronometro e le relative posizioni – continua Pinotti -. Per ridurre ai minimi termini: la questione sicurezza in sella è vecchia tanto quanto la bicicletta. Nel ’92 un mio compagno di squadra è stato vittima di una brutto incidente ed è finito in coma. Pioveva, aveva fretta di tornare a casa, spingeva a testa bassa e ha centrato un furgone.
La galleria del vento ci ha restituito in questi anni dati utili. Così in gara, ad esempio, in determinati tratti, siamo noi tecnici a consigliare via radio al corridore di abbassare leggermente la testa per 15/20” ogni minuto. Ma stiamo parlando di un contesto dove l’atleta conosce il percorso, ha fatto una o più ricognizioni ed è seguito dall’ammiraglia che funge da navigatore».

Caso Bernal

«Cambierei la prospettiva. La posizione sulla bici da crono deve essere “sostenibile” e in gara c’è più margine. In allenamento questa “sostenibilità” si avvicina molto di più alla soglia del pericolo. Questo vale anche per la bici da strada. In allenamento è impossibile impostare le curve come in gara.
Quando correvo, mi allenavo spesso con la bici da crono in pista a Dalmine o su tratti in leggera salita con poco traffico. I pericoli della strada sono evidenti ed in continuo aumento. Se si viaggia a 55-60 km/h anche se hai assistenza, la minima disattenzione può costare cara. La sostenibilità della posizione diventa cruciale quando si deve preparare una cronosquadre: se il campo visivo non è libero diventa impossibile fissare l’orizzonte e stare allo stesso tempo a 5 cm dalla ruota del compagno che ti precede».

«Un altro esempio: la semifinale dell’inseguimento a squadre Danimarca-Gran Bretagna ai Giochi Olimpici di Tokyo 2020 conclusa con un evitabile e clamoroso tamponamento. Non posso giudicare il caso Bernal, ma di sicuro se il ciclista è impegnato a guardare la riga a terra…».

Caso Bernal

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